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i migliori vini scelti per voi

Tenuta Venissa, il sogno dorato della famiglia Bisol: a Venezia rinasce la Dorona.

La laguna di Venezia, magica e suggestiva, è lo sfondo di una storia straordinaria. Quella della famiglia Bisol e della Dorona, un vitigno quasi scomparso e rinato in un ambiente ostile da cui trae la forza per generare vini di grande personalità Se chiedessi al migliore degli sceneggiatori di scrivere una storia basata su tre soli ingredienti, il vino, il coraggio e Venezia, beh sono certa che scriverebbe la storia di Venissa e della sua Dorona. Le vicende di questa Cantina, infatti, sembrano il frutto di un intreccio studiato ad arte proprio intorno a quei tre elementi: il mondo dell’enologia, la determinazione di chi, ostinato, decide di scommettere su un progetto apparentemente irrealizzabile, e il fascino di un’avventura imprenditoriale che nasce a Venezia, magnifica e rischiosa come ogni centimetro quadrato della terra su cui sorge. Con queste premesse e tanta curiosità, una domenica mattina di fine settembre ho deciso di prendere il traghetto che da Fondamente Nove attraversa la parte settentrionale della laguna verso le isole. Il sole era appena accennato e più il traghetto si allontanava e la nebbia saliva, più lo scenario magico che solo questi luoghi sanno creare lasciava intravedere San Michele e il suo straordinario cimitero, le fornaci del vetro di Murano e poi tanto mare. Quando il borbottio del vaporetto ha iniziato a scemare, l’isola verso cui ero diretta è comparsa. Siamo a Mazzorbo, tra Burano e Torcello, dove la trama disegnata da canali, isole, scogli e approdi crea un mosaico a cui verrebbe voglia di dar forma ricongiungendo ogni tessera. Dal 2001, proprio su quest’isola, è rinato un sogno: quello della famiglia Bisol, produttrice di vini da 500 anni e 21 generazioni, che ha voluto accettare la sfida di riportare in vita un vino, e un vigneto, destinati all’oblio. Su un lembo di terra della Venezia Nativa, sorgono oggi i vigneti di Tenuta Venissa, circa un ettaro di terra all’interno di una proprietà un tempo appartenuta a un ordine monastico, le cui uniche tracce, scomparsa la chiesa che dominava l’insediamento, rimangono il campanile e il muro di cinta. Una vite rinata da se stessa A raccontarmi la storia di Venissa è Matteo Turato, che mi guida anche nella visita lungo l’intera tenuta. A Venezia la vite è di casa da secoli, e fino al XII secolo se ne potevano trovare piante anche in piazza San Marco. Grande merito per l’avvio e la diffusione delle coltivazioni agricole va attribuito agli ordini religiosi, che da sempre tra le proprie attività hanno previsto il lavoro della terra, e le viti non facevano eccezione. Nell’Ottocento, all’interno delle dinamiche innescate dalle conquiste straniere e dalla diffusione del pensiero laico e illuminista, molti ordini furono soppressi, e i loro possedimenti espropriati. A questo, nel corso del secolo, si aggiunse il massiccio spopolamento delle zone rurali, favorito dai processi di urbanizzazione e industrializzazione. Risultato fu il pressoché totale abbandono di molte attività agricole. In particolare pochi furono coloro che decisero di proseguire l’allevamento delle viti in laguna: almeno fino al 1966, anno di una delle peggiori inondazioni mai subite da Venezia e dalle sue isole, i cui terreni rimasero sommersi per dieci giorni. Anche l’ultimo spiraglio di luce per i vigneti si era spento. A riaccenderlo ci ha però pensato Gianluca Bisol, venuto fortuitamente in contatto con qualche pianta di vite sopravvissuta a Torcello grazie alla maggiore altitudine (3 metri in più) del suolo rispetto al mare, e quindi ai minori danni causati dall’acqua alta. Durante una visita sull’isola di Torcello il suo occhio esperto riconobbe una pianta insolita, rara, mai vista altrove. Ricerche e analisi portarono a capire che si trattava della Dorona, vitigno autoctono praticamente scomparso, ma di cui col tempo fu possibile recuperare diverse decine di piante, anche grazie all’aiuto di un coltivatore locale, il signor Gastone, che ne aveva serbate ben 88. Reinserita attraverso lunghi passaggi burocratici tra i vitigni “autorizzati” e contro l’opinione di diversi agronomi che ne decretavano l’impossibilità di sopravvivenza, la Dorona, unico vitigno autoctono del territorio, rinasceva grazie alla famiglia Bisol. I vini della Dorona Il vigneto è stato ripiantato tra 2006 e 2007. La forza e la peculiarità della Dorona risiedono proprio nella grande capacità di adattamento a un terreno e un clima ostili: acque iodate, quindi salate, e umidità tutto l’anno farebbero infatti sopperire ogni altra pianta, ma non lei, che con fatica ancora oggi dona i propri frutti e permette di produrre vini di grande personalità. Per il Venissa la vendemmia manuale avviene nella seconda metà di settembre. Il trasporto dell’uva trae beneficio dall’uso del ghiaccio secco (azoto a -20°C) per preservare l’integrità e le caratteristiche organolettiche dei grappoli nella fase di movimentazione in barca dalla tenuta alla terraferma, e da lì alla cantina, nella zona dei Colli Euganei. Il mosto fermenta con macerazione sulle bucce di almeno 30 giorni in acciaio, a una temperatura controllata di 16-17°C. La macerazione sulle bucce si pratica per mantenere la tradizione veneziana: a Venezia infatti non era possibile avere cantine sotterranee e fresche temperature a causa dell’acqua alta. Era quindi indispensabile macerare la Dorona per strutturarla grazie alle sostanze antiossidanti presenti nella buccia e nei semi. Infine il vino affina 48 mesi in botti di cemento con interno in fibra di vetro e 12 mesi in bottiglia. La produzione annua è di circa 3000 bottiglie. L’altro bianco della Casa è il Venusa, nato nel 2018, che affronta una macerazione più breve, tra i 3 e i 7 giorni. La differenza tra Venissa e Venusa sta in pochi centimetri, quelli che costituiscono il dislivello presente all’interno dell’appezzamento, un paio di palmi che si riflettono in una marcata differenza in termini di acqua e iodio presenti nel terreno. Ecco perché le uve del Venissa sono uve concentratissime, grazie alle radici “immerse” nell’acqua della laguna. Per completare il panorama, la tenuta produce anche un Rosso Venissa, dall’appezzamento sull’isola di Santa Cristina (circa 3 ettari). I vitigni sono Merlot (82%) e Cabernet Sauvignon (18%). Macerazione di 24 giorni e affinamento di 12 mesi in barriques di rovere

Cantina Duca Carlo Guarini: vini con 900 anni di storia

La visita per degustare i vini alla tenuta Duca Carlo Guarini è stato un vero e proprio viaggio: nella storia di una famiglia, nella geografia del Salento, nelle tradizioni del Mezzogiorno più sincero e amabile Quella dei vini e della famiglia Guarini è una storia che si è spesso incrociata con la Storia - quella vera, con la maiuscola - attraversandola e non di rado determinandone tragitti e svolte. Le origini del casato risalgono lungo i secoli a mille anni fa, quando la famiglia di origine normanna arrivò nelle Puglie (anno Mille, o giù di lì) e i suoi cavalieri, al seguito degli Altavilla, diedero il loro contributo alla conquista e all’unificazione del Regno di Sicilia. Tra gli esponenti della dinastia ci sono stati “feudatari, guerrieri, cavalieri, ammiragli, uomini di chiesa, di lettere, di legge, politici e poeti” e molti di essi ricoprirono importanti funzioni nei regni Normanno, Svevo, Angioino, Aragonese e Borbonico. Così come furono protagonisti di vicende legate a personaggi di cui oggi leggiamo sui libri: la principessa Maria Giuseppa, sposa di Luigi Ferdinando e madre di Luigi XVI, San Francesco d’Assisi, che di ritorno dalla Terra Santa dimorò in una tenuta donatagli dai Guarini, e Gioacchino Murat, cognato di Napoleone e re di Napoli, cui è dedicato uno dei vini dell’azienda, solo per citarne alcuni. Quando si parla di tradizioni, queste non sempre affondano le proprie radici in un passato prestigioso. Le vicende dei Guarini, invece, sono intrise di tradizione, oggi raccolta e tramandata dal Duca Giovanni e dai suoi figli, che hanno saputo darle valore, infonderla nelle attività dell’azienda agricola e arricchirla con le innovazioni del presente per trasmettercela nei profumi, nei colori e nei sapori dei vini e degli altri prodotti artigianali. La Cantina Siamo a Scorrano, nel centro del Salento, a metà fra le sponde adriatica e ionica che delimitano il tacco della penisola. La tenuta si apre attorno al palazzo ducale Guarini, residenza della famiglia, le cui vigne si estendono però per oltre 700 ettari tra le province di Lecce e Brindisi. In plancia di comando ci sono Giovanni e i due figli Carlo e Roberto, la cui preparazione e formazione diversificata è un altro degli ingredienti del successo e della qualità dell’azienda. L’architettura del complesso è sorprendente, ma due sono le chicche in grado di aumentarne il fascino. La prima è senza dubbio il giardino pergolato dove gli ospiti possono degustare - tra filari di colonne - i vini della cantina (e molte altre prelibatezze), attorniati da alberi di agrumi e profumi mediterranei. Un luogo dove si avverte il distacco completo con il mondo esterno. Così come netto è il distacco non solo dall’ambiente ma anche dal tempo presente nell’altro scrigno “segreto”: la grotta ipogea risalente al ’500, dove si trovava il frantoio e dove alcuni dei vini completano l’affinamento. Un anfratto nascosto sotto il palazzo, un luogo quasi mistico, in cui la storia alle spalle della famiglia sembra trasudare direttamente dalle spesse mura, annerite dal tempo e per la poca luce che viene fatta filtrare fin quaggiù per proteggere la temperatura, l’umidità e l’illuminazione ideali per le bottiglie. La mia visita alla Cantina Duca Carlo Guarini si rivela una sorpresa continua. Il racconto delle origini, delle lavorazioni, dei personaggi mi conduce in un crescendo di meraviglia alle degustazioni, e alle ancor più interessanti spiegazioni che le accompagnano. “La nostra missione è tutelare il patrimonio viticolo salentino, quello del Negroamaro, del Primitivo, della Malvasia nera. Così nascono i nostri vini, da vitigni autoctoni vinificati in rosso, in rosato e in bianco. Tutti in purezza e biologici certificati” I Vini Se dovessi scegliere un aggettivo per definire questi vini di antica nobiltà, tutti rigorosamente biologici, in grado di trasmettere tradizione, passione e innovazione, sceglierei “sincerità”, una dote rara, e perciò tanto più preziosa. Le etichette prodotte sono tante, tra cui Murà, Boemondo e 900, ognuna delle quali nasconde una storia. Come quella legata al Murà (4 ettari a Sauvignon introdotti nel 1989), in onore di Gioacchino Murat e della firma - scritta proprio così, all’italiana - che con la pietra del suo anello incise su una specchiera nella dimora leccese dei Guarini. Nel 2000, invece, per festeggiare la fine del millennio, racconta il Duca Carlo Guarini, volevano fortemente produrre un Primitivo di alta qualità. “Per rappresentare la potenza e la complessità di questo vino ci venne in mente un personaggio, di grande fascino, legato alla nostra storia: Boemondo d’Altavilla, principe di Taranto, primo figlio di Roberto il Guiscardo, il Normanno conquistatore della Puglia. Durante l’assedio della città di Lecce nel 1065 Boemondo, seppur vincitore, fu molto colpito da alcuni cavalieri che l’avevano difesa valorosamente, tra i quali il nostro Ruggiero Guarini. Boemondo, come segno di stima, chiese loro di diventare suoi compagni d’arme nell’avventura della Prima Crociata”. La linea 900 comprende i vini nati per celebrare i 900 anni di vinificazione della famiglia (dal 1114), vini in edizione limitata prodotti solo quando l’annata lo merita. E finalmente lui, il Negroamaro Tra il racconto di un aneddoto del passato e dei progetti per il futuro dell’azienda che il Duca Carlo mi regala, la conversazione devia sul Negroamaro, il vero grande protagonista, attorno al quale ruota gran parte della produzione di quest’azienda salentina. In particolare, stappiamo e degustiamo un Taersìa Negroamaro in bianco IGT Puglia biologico 2020 (12,5%), che si è aggiudicato più di un riconoscimento tra gli addetti ai lavori. Osservo un bel giallo paglierino intenso, brillante. Apprezzo all’olfatto i sentori di frutta a pasta bianca e fiori bianchi con un’apertura su note agrumate, per poi virare su erbe aromatiche quali il rosmarino e la menta. Curiosa di passare all’assaggio, avverto immediatamente un grande bilanciamento tra acidità, freschezza, sapidità; caldo e morbido, ricco e di buon corpo e mineralità sul finale, questo Taersìa Negroamaro in bianco trasmette al palato una netta prevalenza di agrumi e zenzero che ne caratterizzano la lunga persistenza. L’abbinamento che individuo è con uno spaghetto alle vongole veraci freschissime e “gamberi rossi” di Gallipoli. Tra le altre produzioni a base Negroamaro ci

Tenuta Santini

Vini e Cantine di Romagna: un focus sulla mia terra Tenuta Santini Trasudano passione le parole di Sandro Santini, da 20 anni al timone dell’azienda di famiglia che sul Sangiovese e sui Colli di Rimini ha costruito la propria storia e la propria missione. Dalla cantina alla vigna, dal racconto della storia di famiglia alla degustazione, Sandro sprigiona genuinità e rispetto per una tradizione, un territorio e un lavoro che negli anni ’60 suo nonno avviò, e che resta il punto di riferimento. Omaggiare quella storia, valorizzarla e traghettarla verso nuovi traguardi è ciò che la Tenuta Santini sta facendo. Sandro è presidente della "Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli di Rimini", al cui interno guida anche il progetto Rimini Rebola: da 3 anni a questa parte il gruppo di produttori locali - arrivati a 17 - si adopera per la divulgazione della Rebola, menzione tradizionale che rappresenta un vino bianco semi-aromatico e che può essere solo "Colli di Rimini". All’arrivo in questo storico caseggiato rosso pompeiano mi accoglie una vista panoramica sull’anfiteatro di vigne di proprietà, esposte a sud/sud-ovest, che rivestono colline soleggiate e basse, a poco più di 100 metri di altitudine, e accarezzate dal vento tipico di “garbino”. Dei complessivi 28 ettari, 22 sono vitati con predominanza Sangiovese, da cui 𝐓𝐞𝐧𝐮𝐭𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢 ricava 3 dei suo vini più importanti: "BEATO ENRICO", "CORNELIANUM" E "BATTARREO". "BEATO ENRICO" è stato il primo e attualmente se ne producono 20.000 bottiglie all’anno. La curiosa storia sul nome di questo vino, un Sangiovese in purezza a cui un passaggio in legno regala un’evoluzione particolare, ce la racconta Sandro nel video. Di gradazione alta, rappresenta il cuore dell’azienda, simbolo di uno stile e di una storia fedele a sé stessa. Tra le varie evoluzioni del progetto enologico, "CORNELIANUM" (dal nome latino di Coriano) è un Riserva, mentre "BATTAREO" è il vino che potenzialmente, nelle parole di Sandro, può dar luogo a una grande storia enologica, con l’introduzione del taglio bordolese. L’ultima, ambiziosa scommessa della Tenuta Santini, “𝐎𝐑𝐈𝐎𝐍𝐄” È proprio come la costellazione più famosa del cielo che intende brillare "ORIONE", il più recente dei progetti enologici di cui parla Sandro Santini, titolare dell’omonima Cantina. Legata alla grande soddisfazione per questa nuova “storia” enologica appena nata, scorgo anche una certa emozione nelle sue parole. L’anno di avvio è il 2015, quando vede la luce la prima bottiglia di "Orione". Sandro me lo descrive come un "Sangiovese che subisce il territorio, ma proprio per questo ne è anche un grande interprete". Tramite il Sangiovese riusciamo a leggere il territorio, a testimoniarlo e a costruire un racconto per il consumatore”. Con "Orione", Tenuta Santini ha voluto creare il suo primo "CRU", unico tipo di Sangiovese, proveniente da unica vigna, che, si auspica, diverrà a breve sottozona Coriano: a simboleggiare la purezza del vitigno, estrema garanzia del rispetto delle materie prime di base, e soprattutto per dare più strumenti di comprensione e raffronto per i consumatori e i degustatori, i quali attraverso un disciplinare riescono a intercettare e comprendere meglio le caratteristiche tipiche, anche per differenza rispetto ad altre zone e altri comuni limitrofi. Una chiave di lettura, quindi, che doni unicità con parametri ben precisi. In degustazione "Orione", che Alessandra Santini versa nei calici, veste un bel rosso rubino brillante, al naso è intenso e fine, netti e puliti sentori di frutti di bosco che a loro volta si intersecano con un floreale di viola e rosa canina per slittare su un leggero finale speziato. Al palato è, in primis, avvolgente; calore e morbidezza si bilanciano bene a sapidità, freschezza e tannicità non invadente, per un esito molto equilibrato. Credo che “𝐎𝐫𝐢𝐨𝐧𝐞” sia un vino già eccellente, ma che sarà in grado di dare il meglio di sé negli anni a venire. In abbinamento non posso che appellarmi alla tradizione locale, quindi un piatto di tagliatelle fatte in casa con ragù e piselli. Cari lettori, vi lascio con il video sulla Tenuta Santini: Ti è piaciuto l’articolo? Puoi iscriverti al servizio di notifica o lasciare un commento!

TENUTA DI CASTELLARO, VINI CHE SANNO RACCONTARE

Un progetto “giovane” ma ambizioso, che ha saputo accogliere e valorizzare la storia, la terra e la natura delle isole Eolie. E le ha trasformate in vini incantevoli, recuperando vitigni autoctoni e lavorando le uve “come una volta”. La Tenuta di Castellaro è una gemma tra le gemme. Incastonate nel blu del Mediterraneo, le isole Eolie sono sette magnifiche sorelle, e sulla maggiore di esse, Lipari, sorge l’azienda nata da un’idea (o forse meglio dire da un sogno) di Massimo Lentsch e Stefania Frattolillo, imprenditori bergamaschi. La viticoltura che si pratica qui viene definita “eroica” (ma non è un’iperbole linguistica, è una vera categoria di allevamento): il termine fa riferimento alle condizioni impervie che una location come queste isole vulcaniche rappresenta. Inoltre, un sapore ancora più “leggendario” è assicurato dalle origine di questa coltura, che nelle Eolie risale all’epoca dei Fenici e dei Greci, come testimoniano i resti di antiche anfore qui ritrovati. Una terra che non fa sconti, dunque, e che chiede molto, ma che molto sa anche dare, se la si rispetta. Con questo obiettivo in mente, nel 2005 nasceva Tenuta di Castellaro: “produrre un vino che sia puro estratto di un territorio”. Tale nobile intento era poi accompagnato dalla volontà di tutelare e promuovere un luogo unico, in grado di offrire tanto oltre a un incantevole mare, per un vero, grande progetto enologico e paesaggistico. SOLE, ARIA E…. LAVA Le Eolie sono isole di origine vulcanica e il terreno su cui dimorano i vigneti aziendali è composto da cenere vulcanica e lapilli, pomice, ossidiana e caolinite. Pomice e ossidiana, in realtà, derivano da materiali fusi simili per composizione chimica (in prevalenza acidi), con differenze nei tempi e nelle modalità di solidificazione. Costituiscono lo scheletro del suolo, che facilita il drenaggio e lo scambio degli elementi chimici, mentre le ceneri vulcaniche ricche di elementi minerali (in particolare fosforo, potassio, ferro, magnesio e calcio) lo rendono estremamente fertile. A completare lo scenario, sull’isola agiscono i venti, in particolare scirocco e maestrale, che garantiscono un clima temperato, con temperature costanti (sempre tra i 10 e i 30 gradi) ed escursioni termiche in cui le notti restano fresche e mai fredde. A Lipari i vigneti hanno necessariamente estensioni limitate, ma ad oggi la Tenuta di Castellaro, con i suoi circa 2.000 metri quadrati di superficie, è la cantina bioenergetica più grande delle Eolie. Gli appezzamenti si dividono in due aree: la Piana di Castellaro, nel settore nordoccidentale dell’isola, dove i terrazzamenti raggiungono circa 350 metri di altitudine; e la Vigna Cappero, in posizione diametralmente opposta, a sud-est, a soli 80 metri sul livello del mare. 20.000 ANNI DI STORIA IN UNA CANTINA La prima annata vinicola prodotta risale al 2008, ma vale la pena fare un piccolo passo indietro per scoprire alcune peculiarità della Cantina. Sin dai primi passi, Massimo e Stefania hanno scelto di collaborare con una serie di consulenti che permettessero loro di adottare le migliori tecnologie, creando una struttura innovativa e funzionale, ma perfettamente integrata nell’ambiente circostante. Il progetto è stato realizzato con lo studio Dal Piaz Giannetti Architekten di Amburgo, perché fosse a impatto zero e dotato di una barricaia completamente interrata, sull’esempio delle abitazioni ipogee tradizionali. Creata la struttura portante su 3 livelli, in modo da sfruttare la forza di gravità per travasi o spostamenti del mosto (con risparmio di energia e alcun danneggiamento del prodotto dovuto a pompe o altri sistemi), gli ambienti interni sono poi stati ricavati per “sottrazione”, scavando nel sottosuolo: in questo modo le colonne rendono evidente la stratificazione del terreno lungo un periodo geologico di oltre 20.000 anni. Inoltre, grazie all’utilizzo di camini solari, l’illuminazione è quella assicurata dal sole, mentre la torre del vento crea un sistema di climatizzazione naturale, con relativo controllo dell’umidità e della temperatura interne. In un contesto simile è scontato che anche quasi tutte le pratiche in vigna siano svolte a mano, e ogni aspetto sia affidato a un professionista: dall’agronomo all’enologo, dal responsabile della cantina a chi si occupa della promozione e della commercializzazione dei vini in Italia e sui mercati internazionali. LE PRODUZIONI I vini biologici di Tenuta di Castellaro nascono dalla selezione delle più sane e antiche viti autoctone delle Eolie (in particolare Corinto Nero e Malvasia delle Lipari). La produzione media si aggira intorno alle 55.000/60.000 bottiglie all’anno. I vini prodotti sono il Bianco Pomice IGT Terre Siciliane Bianco (Malvasia delle Lipari e Carricante), il Nero Ossidiana IGT Terre Siciliane Rosso (Corinto Nero e Nero d’Avola), il Corinto IGT Terre Siciliane Rosso (Corinto Nero), il Bianco Porticello IGT Terre Siciliane Bianco (Carricante, Moscato Bianco), il Rosa Caolino IGT Terre Siciliane Rosato (Corinto Nero e altri vitigni rossi autoctoni), l’Ypsilon IGT Terre Siciliane Rosso (Corinto, Nero d’Avola e Alicante), il Malvasia delle Lipari DOC (Malvasia e Corinto), e il Marsili IGT Terre Siciliane (Pinot Nero). BIANCO POMICE, UN BOUQUET STREPITOSO Il Bianco Pomice di Tenuta di Castellaro (13%) è uno di quei vini bianchi di cui è impossibile non innamorarsi una volta provato e conosciuto. Sì, perché oltre alla piacevolezza intrinseca, questo bianco - un vino fatto “come una volta” - è in grado di raccontare una storia incredibile, una storia fatta di uomini, di fatica, di passione, in uno degli angoli più paradisiaci d’Italia. È il bianco di punta della tenuta di Castellaro. L’uva è selezionata e raccolta a mano, i lieviti utilizzati sono quelli indigeni e la chiarifica avviene naturalmente, travasando il vino varie volte prima dell’imbottigliamento. L’affinamento in bottiglia è di almeno 6 mesi, mentre la capacità di invecchiamento stimata è di 8/10 anni minimo. Il Bianco Pomice sprigiona mille profumi, frutto della splendida unione di Malvasia delle Lipari (60%) e Carricante (40%), che si sposano perfettamente e si completano, valorizzate dal terreno sabbioso vulcanico ricco in microelementi di Lipari che conferisce loro una straordinaria ricchezza minerale. Veste un bel colore giallo paglierino intenso e brillante, con riflessi dorati che attraversano il mio calice. Al sorso arriva secco, pulito, di grande finezza e freschezza esaltante, sia olfattiva che al palato: agrumi (cedro e limone

Borgogna, la casa dello Chardonnay

Mille sono le anime della Borgogna, come i suoi vigneti, le denominazioni e i domaines che la abitano. Culla dello Chardonnay e del Pinot nero, è un magico puzzle di colline, torrenti e speroni rocciosi, ognuno dei quali dona ai vini qui prodotti una nota diversa, a creare quel bouquet straordinario e mai uguale a se stesso che è racchiuso in ogni bottiglia. La Borgogna è più di un luogo, è un’esperienza, una di quelle che appassionati e professionisti del vino anelano a vivere, un passaggio obbligato e meraviglioso e una delle poche tappe irrinunciabili sulla mappa mondiale delle eccellenze vinicole. La visita al Domaine Sangouard-Guyot è stata l’occasione per tornare in questo empireo del vino, la regione francese da cui provengono alcune tra le bottiglie più pregiate e costose al mondo. In un’estate che porta con sé la voglia di normalità, la necessità di tornare a respirare brezze marine e frescure montane, il desiderio di fare tesoro di tanti mesi cupi e rinascere alla vita, è con tali sentimenti che voglio regalarvi il resoconto di un memorabile viaggio, non solo fisico. Siamo nella Francia centro-orientale, in quello che i Burgundi - da cui il nome - stabilirono come proprio regno nel V secolo, dominato poi dai Franchi e infine spezzatosi in una serie di domini rispetto ai quali la regione attuale ricalca quello che divenne l’omonimo ducato. Straordinarie testimonianze architettoniche di arte romanica e monumentali castelli del Rinascimento francese impreziosiscono la Borgogna, che si allunga tra un continuo alternarsi di colline dolci e piccole pianure dominate dal Plateau de Langres e solcate da fiumi e torrenti. Le note costitutive del territorio si riflettono nell’organizzazione spaziale e commerciale dell’area, declinata in una miriade di piccoli appezzamenti con leggere ma sensibili variazioni nel clima e nei terreni. Costellata di numerose “strade dei vini” che da Digione a Mâcon conducono lungo i molti domaines, l’intera zona è entrata a far parte del Patrimonio mondiale dell’Umanità Unesco, a sottolinearne la peculiarità e importanza. Chardonnay e non solo Culla dei bianchi Chardonnay e dei rossi Pinot nero, vitigni autoctoni il cui livello qualitativo è diventato uno degli standard di riferimento del settore, la Borgogna ha fatto delle proprie specificità ambientali la sua cifra distintiva. I terreni sono per lo più calcarei, con strati argillosi in percentuali variabili, elementi che, associati a esposizioni e altitudini diverse con microclimi locali differenziati, dettano le condizioni per una vasta gamma di rese vinicole. Le temperature possono arrivare a livelli molto bassi, perciò non infrequente è il rischio di annate poco redditizie se non assolutamente deficitarie, sia in termini qualitativi che quantitativi. Personalmente lo leggo come una sorta di prezzo per raggiungere una complessità e una ricchezza delle varietà enologiche senza pari. Come dicevo, il territorio è frammentato in molti lotti, i quali però, benché non contigui, appartengono alla medesima cantina pur acquisendo, talvolta, denominazioni diverse e subendo lavorazioni ad hoc. Il Domaine Sangouard-Guyot Approdo privilegiato per gli itinerari della Strada dei Vini Macônnais-Beaujolais, nella zona più a sud della Borgogna, è Mâcon, sulle rive della Saona. A pochi chilometri a ovest sorge Vergisson, dove ha sede il Domaine Sangouard-Guyot e dove mi accolgono Catherine e Pierre-Emmanuel, titolari della cantina. La proprietà terriera risale ben al ’700, tramandata in famiglia fino all’attuale conduzione, quando nel 1997 Pierre-Emmanuel Sangouard si è trasferito nella fattoria di famiglia, allora gestita da suo nonno. Nel 2000 ha rilevato i vigneti della tenuta Guyot, i genitori di sua moglie, da cui la nascita della tenuta Sangouard-Guyot. La filosofia di lavoro qui è semplice, improntata al rispetto delle tradizioni e del territorio ma informata di tecniche e saperi aggiornati al XXI secolo. Come la cantina interrata, inaugurata nel 2011, ideale per la conservazione dei vini a temperatura costante tutto l’anno, e con grandi benefici anche ambientali in termini di consumi energetici: qui sono ospitati il magazzino, una zona per le botti di legno e un’altra con attrezzature e strumentazioni all’avanguardia. I “vignerons" Sangouard-Guyot gestiscono 34 lotti di vigneti, suddivisi tra varie “appelation”: Pouilly-Fuissé, Saint-Veran, Mâcon-Vergisson, Mâcon-Bussières, Mâcon-Villages. Una frammentazione che, come dicevo, si riverbera anche nelle caratteristiche degli Chardonnay prodotti, frutto di diverse condizioni geologiche e micro-climatiche a cui si associano metodi di vinificazione accuratamente selezionati (con l’utilizzo, per esempio, di botti nuove, botti di 5 o 10 anni, o ancora di tini termoregolatori a seconda del terroir), per una gamma di cuvée dagli aromi molto distinti. L’esposizione dei vigneti è per lo più a sud/sud-est. Artigiani della vendemmia Catherine mi spiega che riescono a gestire un’area a misura d’uomo, lavorando le viti manualmente, con quella che definiscono una viticoltura “ragionata”. La giusta attenzione è riservata alle operazioni di aratura in tutti gli appezzamenti di proprietà, per far sì che il terreno prenda la giusta aerazione e permettendo alle radici di reperire i nutrienti di cui ha bisogno la vite. Altra fase fondamentale e delicata è la potatura delle viti, che avviene il più in alto possibile, e molto vicino ai grappoli per favorire la fotosintesi. Il risultato sono uve più ariose e soleggiate per una migliore maturazione. Manuale è naturalmente anche la raccolta, mentre la pigiatura avviene lentamente e moderatamente per estrarre il meglio dal grappolo. Dopo una leggera decantazione, i vini vanno direttamente alla fermentazione in botti o tini termoregolatori, in modo da preservare gli aromi e la freschezza dello Chardonnay. Vengono quindi affinati sui lieviti per 10 mesi con batonnage per conferire rotondità e opulenza. Le vinificazioni avvengono senza solforosa fino alla fermentazione malolattica. Solo dopo questo passaggio viene aggiunta la solforosa a piccole dosi, incapsulata poi definitivamente poco prima dell’imbottigliamento. Che avviene a luglio, dopo due anni di lavoro. Pouilly-Fuissé “Quintessence” 2019 (13%) Uno dei vini emblema della casa è il Pouilly-Fuissé “Quintessence” 2019 (13%), il cui nome non a caso sottolinea la provenienza di una delle migliori parcelle di Vergisson : “Le clos de Croux”, sul lato sud della roccia de Vergisson, con una vigna che arriva alla base di questo massiccio stratificato. La predominanza di terreno calcareo conferisce al

Fortana “fermo”

Gita domenicale presso l'Abbazia di Pomposa "Una parentesi di un'esperienza piacevole" Gita domenicale presso l'Abbazia di Pomposa, risalente al IX secolo, una delle opere romane più sorprendenti del patrimonio artistico italiano, esternamente un'architettura semplice ma dentro si rimane sorpresi dai pavimenti di mosaici originali dell'epoca. Proprio a due passi immersi in un contesto tra arte e natura si trova (con mio grande stupore) l'azienda agricola Corte Madonnina realtà storica che da oltre 60 produce i vini Doc del Bosco Eliceo. Un breve ripasso per ricordare che i vigneti del Bosco Eliceo sono compresi nell'area lungo la fascia costiera che va dalle foci del Po in territorio ferrarese fino ad arrivare alle saline di Cervia, provincia di Ravenna, e ci si trova all'interno del Parco del Delta del Po. È un luogo molto suggestivo il Bosco Eliceo perchè vi è un'alternanza di dune di sabbia, boschi di lecci, valli e saline. Incontro il proprietario Vittorio Scalandra della cantina "Corte Madonnina", che mi illustra tutta la gamma di vini di sua produzione, ma in quell'occasione l'approfondimento si è centrato tutto sul vitigno autoctono per eccellenza il "Fortana" sia nella versione ferma sia frizzante. Una particolarità unica della zona è che queste vigne sorgono su terreni sabbiosi, che hanno consentito fino da tempi remoti di preservare la vite dall'attacco della fillossera, da qui "i vini delle sabbie". La coltivazione delle vigne a Corte Madonnina avviene a "franco di piede", cioè con radici naturali senza innesto selvatico. Oggi direttamente nella mia sala degustazione riassaggio per la seconda volta il Fortana "fermo".   La degustazione Osservate dal mio video come si presenta a livello visivo : colore vivace, abbastanza trasparente, brillante di un rosso purpureo. Al naso sono presenti sentori di frutti a bacca rossa, rosa canina, viola mammola. Al palato vino secco, morbido, non troppo caldo a riconferma dei suoi 11,5%, media struttura e corpo, si riconfermano i profumi percepiti all'olfatto, una buona persistenza e confermo un vino armonico. Si abbina a due piatti della cucina tradizionale ferrarese: la salama da sugo e l'anguilla in umido! La vendemmia del Fortana "fermo" avviene tardiva Ottobre inoltrato una scelta voluta per catturare i profumi più intensi. La vinificazione avviene in vasche di acciaio a temperatura controllata con ripetuti rimontaggi. Estrazione del colore e delle sostanze più pregiate mediante délestage. Se ne producono solo 8.000 bottiglie! Ti è piaciuto l’articolo? Puoi iscriverti al servizio di notifica o lasciare un commento!

Frasi 2010 Capitoni

"Frasi" 2010 Capitoni: un vino che rivela l'umanità "Un passo dopo l'altro, una vite e poi un'altra ancora... Costanza" Non ho resistito e ho “rubato” l’incipit di questo post proprio a lui, Marco Capitoni, artefice del rosso che oggi ho estratto dalla mia cantina: il "Frasi" 2010. Queste, come quelle create ogni anno, sono le parole con cui l’Azienda Capitoni Marco del Podere Sedime di Pienza vuole cogliere l’anima di ogni stagione, di ogni vendemmia. In questo caso, inoltre, colgono la vera essenza di una professione fatta di attese, gesti quotidiani, letargo e rinascite che si inseguono e insegnano a fare meglio, anno dopo anno. Curioso, vibrante, coinvolgente, negli incontri vissuti - e in attesa di altri, più vivi che mai - Marco mi ha trasmesso le sensazioni che vedo sa imprimere al suo lavoro: una solida conoscenza del mestiere (sviluppata in vigna e in altre Cantine), lo studio applicato all’antica filosofia artigianale di famiglia, l’apertura mentale e la costante ricerca di spunti, confronti, idee, che arrivino da altri produttori o da appassionati e artisti, come quelli le cui opere ha esposto in più di un’occasione proprio nella sua tenuta, fra le anfore di decantazione. Su tutto, poi, la grande capacità di fare squadra, all’interno dell’azienda e con gli altri produttori della Val d'Orcia (Parco della Val d'Orcia), impegnati a valorizzare i vini di un territorio magnifico, solo recentemente elevatisi fra i più apprezzati e premiati (forse perché schiacciati dai giganti Brunello e Montepulciano). Aspetti ampelografici Terreno di tessitura sabbioso-limoso più precisamente si tratta di fondale marino pliocenico (come testimoniano i molteplici frammenti di conchiglie fossili. Qui sorgono le vigne vecchie di 1 ettaro il cui sistema di allevamento è quello a cordone speronato bilaterale. La degustazione Sangiovese per la maggior parte, un po' di Canaiolo e pochissimo Colorino. Ho ancora in mente le piacevoli conversazioni scambiate in fiera con Marco quando, raccolti i pensieri e creata la giusta atmosfera, mi accingo all’analisi di questo “Frasi” 2010 DOC per cercare di interpretare quello che esprime attraverso le sue proprietà. Un carattere ben definito fin dall’inizio, posso dire, un rosso rubino brillante a cui si accompagnano finezza, eleganza e complessità percepite al naso. Sentori intensi, frutti rossi scuri, more, ciliegie marasche, seguiti da una scia di terziari con in punta tabacco e vaniglia e un finale dettato da una delicata speziatura. Il sorso conferma sia la piacevole finezza che l’intensità, è caldo ma ciò che mi sorprende è una freschezza inaspettata, supportata da una buona sapidità e ben controbilanciata da una morbidezza tannica compatta che non sovrasta. La persistenza è prolungata e demarca l’equilibrio di questo rosso notevole. Poesia nella poesia. Come ogni degustazione in questo strano momento, anche l’abbinamento gastronomico nasce in casa: ho cucinato un gulasch con polenta, e il “Frasi” sulla mia tavola ne è il compagno ideale. Ti è piaciuto l’articolo? Puoi iscriverti al servizio di notifica o lasciare un commento!

Fattoria del Piccione

Vini e Cantine di Romagna: un focus sulla mia terra Fattoria del Piccione La cantina Quando ho ricevuto l’invito per una degustazione alla Fattoria del Piccione, a Montescudo - Monte Colombo di Rimini, l’ho colto con particolare piacere. Scoprire nuovi vini mi appassiona sempre, ma in questo caso ero molto curiosa anche di visitare la Cantina, inserita in uno scrigno storico di particolare rilievo e bellezza architettonica. Costruita dopo il 1881, quando il marchese Guglielmo Massani acquistò parte delle mura del castello malatestiano di San Savino (XV-XVI secolo), oggi include ancora una sezione del complesso storico conservata in ottimo stato dagli attuali titolari, la famiglia Pasini. , 22 anni e neo sommelier A.I.S., che ha ereditato il testimone dal nonno Vitaliano e dal padre Stefano, mi accoglie e mi fa da guida, mostrandomi per prime le imponenti botti in rovere che insieme alle barrique ospitano le riserve e i grandi rossi da invecchiamento al piano terra. L’atmosfera è idilliaca, anche grazie all’enorme finestra con vista sul cortile interno che lascia atterrare i raggi di sole sull’originario pavimento di terracotta. Per visitare la grotta, scendiamo la scala a chiocciola ricavata nelle mura originarie dell’antico fossato. Cinque metri sotto terra, con maestose volte di mattoni, qui si trovano i grandi vasi vinari in cemento con interni vetrificati per le uve biologiche. A dominare la sala c’è il maestoso torrione d'angolo medievale, che attraversa tutti i piani della struttura. La conversazione vira sul protagonista principale, il "Villa Massani - Colli di Rimini DOC Rebola", un bianco ricavato dal Grechetto gentile (antico vitigno autoctono presente nel riminese da diversi secoli) e appena insignito della prestigiosa Menzione di Eccellenza 2020/2021 da parte di Emilia Romagna da Bere e da mangiare. "È un vino che nasce in simbiosi con il territorio, vuole rappresentarlo e per noi ne rispecchia la bellezza", mi dice Andrea. Il vigneto è di soli 7.000 mq per 2.500 bottiglie all’anno, e la vinificazione, volutamente limitata, nel 2019 è stata per la prima volta in purezza con lieviti indigeni e certificazioni bio. La degustazione Alzando i calici emerge la sorprendente luminosità del giallo dorato di questo Rebola, brillante e di buona consistenza. Il percorso olfattivo è fine e intenso, con una complessità e una presenza aromatica così ampie da catturare totalmente la mia riflessione degustativa. I profumi arrivano decisi e netti, prima quelli floreali - ginestra, camomilla in fiore e glicine - poi i sentori fruttati a polpa gialla - pesca matura, ananas, maracujà. Al sorso il Rebola è caldo e morbido con i suoi 13,5°, rispecchia tutte le essenze percepite, ed è supportato e ben bilanciato da freschezza sorprendente e sapidità. Al palato riflette l’intensità iniziale, mentre in chiusura denota una buona persistenza che mi convince a classificarlo come vino equilibrato e armonico. L’abbinamento suggerito è un gustoso piatto di paccheri con dentice, a rinforzare quel legame tra terra di Rimini e mare, suggerito dalla nota salina di questo bianco, è il caso di dirlo, davvero “eccellente”. Ti è piaciuto l’articolo? Puoi iscriverti al servizio di notifica o lasciare un commento!

Villa Otto Lune

Vini e Cantine di Romagna: un focus sulla mia terra Villa Otto Lune La cantina “Il momento è delicato”. Così intitolava uno dei suoi romanzi Niccolò Ammaniti qualche anno fa, ma il momento è anche propizio per constatare che a volte non è necessario visitare luoghi lontani per scoprire vini particolari e interessanti. La visita a Villa Otto Lune, sulle colline riminesi nell’area di San Martino in Venti, a due passi da Covignano, ne è testimonianza. La Cantina è saldamente nelle mani di Matteo Dini, un giovane sommelier che ha traghettato l’azienda di famiglia nel terzo millennio con dinamismo, preparazione scientifica ed entusiasmo, e con la collaborazione di Fabrizio Montard, consulente agronomo ed enologo. L’ obiettivo di Matteo è produrre esclusivamente un Sangiovese in purezza che rispecchi il più possibile l’identità territoriale della Romagna. La conversazione con Matteo è brillante, mi racconta del suo "Marnoso", il rosso che trae il nome dalle argille sedimentate in questi terreni. Il vigneto si trova su un singolo crinale (2 ettari circa) con alta densità d’impianto e rese basse per pianta. Attenzione e cura garantite da una raccolta manuale permettono una produzione annua che si attesta sulle 8.000 bottiglie. In cantina passo in rassegna le botti di rovere dove il "Marnoso" matura per 12 mesi, prima di passare in bottiglia per affinare altri 6 e venire commercializzato a 24 mesi dalla vendemmia. La degustazione “Basta parlare, è ora di assaggiare!” è l’invito di Matteo a cui non mi sottraggo. Il "Marnoso" scende lentamente e riveste i nostri calici di un rosso rubino ben definito. Lo avvicino al naso: è intenso, persistente e di qualità fine; le percezioni aromatiche predominanti sono note di sottobosco, frutti a bacca rossa, cassis, amarena, e sul finale mi sorprendono una fragranza speziata e dolce insieme a note mediterranee. Brindiamo e via il primo sorso. È secco, sapido, caldo con un ingresso tannico deciso. Lascio decantare e torno al racconto di Matteo e dei suoi studi per affinare il gusto. Al nuovo giro di calice il vino è più morbido e fresco, a bilanciare il tannino. Buona la persistenza. È senz’altro un rosso elegante, di qualità notevole ma che vivrà la sua massima espressione negli anni a venire, prospettiva che Matteo condivide. L’abbinamento che, quasi intuitivamente, mi sovviene è con una carne alla griglia. Per dargli nome e cognome vedrei in modo perfetto un piatto degustato poco tempo fa al ristorante del 𝐂𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐞𝐭𝐨 - Montescudo (RN) : un "Segreto di suinetto iberico al barbecue e verdure sotto cenere con ristretto di timo al limone", a firma dello chef Simone Ricci. Anche Matteo si incuriosisce e, sulla promessa di far presto un salto a Montescudo per testare l’accoppiata Segreto-Marnoso, ci salutiamo vuotando i calici. Ti è piaciuto l’articolo? Puoi iscriverti al servizio di notifica o lasciare un commento!

Greco di Bianco – Cantine Vintripode

Greco di Bianco - Cantine Vintripode: eccellenza di Calabria Greco di Bianco Dalla mia cantina, dove serbo ricordi e bottiglie da scoprire, oggi mi dedico a un nobile vino da dessert. Il Greco di Bianco che ho scelto di aprire ha origini antichissime in Calabria, terra in cui approdò nel VII secolo a.C., quando coloni greci (da qui il nome) ne impiantarono i primi tralci. Ho acquistato queste due bottiglie oltre 15 anni fa durante una fiera che fu anche l’occasione per conoscere il signor Ignazio (scomparso nel 2017), titolare della Cantina Vintripodi di Archi a Reggio Calabria. Ricordo ancora le sue parole, pervase di orgoglio per la sua azienda, per la storia della Cantina e per i vini prodotti. Il "Greco di Bianco Doc" è tra i vini più prestigiosi prodotti in Italia. È un vino bianco da dessert le cui uve (Greco Bianco), in fase di lavorazione, vengono lasciate parzialmente essiccare prima di essere pigiate e fermentate, per concentrare gli zuccheri naturali nei mosti aumentando il grado alcolico finale. La degustazione di un vino raro e famoso Nella fase di stappatura mi si presenta un tappo fragile, con rotture in più parti, e versando il vino noto un colore ambrato tendente al cupo, di buona consistenza ma non troppo limpido e con presenza di residui che dopo qualche istante si depositano sul fondo. A livello olfattivo riesce a emozionare e a dare il meglio di sé. È intenso, complesso e fine, i profumi sono ampi e ammalianti, di frutta secca e candita, miele, confettura di albicocche e fichi caramellati. Al palato già il primo sorso è caldo, delicatamente abboccato, abbastanza morbido, con solo parziali richiami ai profumi percepiti al naso, con una persistenza aromatica che non si prolunga come dovrebbe... Nel complesso è apprezzabile, nonostante i molti anni trascorsi e un tappo che non ha sigillato adeguatamente. Abbinamento equilibrato con dolci a base di mandorla, anche se io ho scelto una fragrante crostata di albicocche. “Greco di Bianco Doc” 2003 (14,5%) Vino bianco da dessert Cantina Vintripodi - Vini di Calabria Reggio Calabria Ti è piaciuto l’articolo? Puoi iscriverti al servizio di notifica o lasciare un commento!