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Tenute Eméra: le nuove frontiere della vinificazione

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Tenute Eméra: le nuove frontiere della vinificazione

Claudio Quarta è un vignaiolo con un passato da biologo. Alessandra un’economista sulle orme del padre. L’azienda è il punto d’incontro fra radici antiche e sguardo proiettato al futuro, una cantina che produce vini “capaci di raccontare una terra”, il Salento

Un soggiorno in Puglia, a Campomarino di Maruggio, è l’occasione per un incontro con un caro amico, Gregory Massari, titolare del sito web pugliadabere.it. Gregory è uno dei fornitori “speciali”, a cui mi rivolgo da molti anni perché è riuscito a trasformare la sua passione per l’enologia di questa terra in una selezione accurata di cantine e vini pugliesi di eccellenza.

Siamo nel Parco delle Dune, in Salento, riserva naturale sorta per tutelare questo tratto di litorale paradisiaco, dove sabbia, acqua e cielo hanno ancora colori puri. Devo quindi fare un piccolo sforzo di volontà per abbandonare momentaneamente questo Eden e accogliere l’invito di Gregory a visitare Tenute Eméra, una cantina a pochi chilometri da qui che, però, riserverà piacevoli sorprese.

Lo sguardo ancora abbagliato da un sole caldo e potente si perde nel tipico paesaggio pugliese, tra muretti a secco, che delimitano filari di vigne di primitivo di Manduria, e una immensità di ulivi secolari. I carretti che trasportavano uva appena vendemmiata punteggiano le stradine che mi portano alla cantina, a metà strada tra Lizzano e Torretta e a pochi passi da quel mar Jonio che ho lasciato ad attendermi a Campomarino.

La tenuta: il “Sud che emoziona” nel cuore delle DOP di Manduria e Lizzano.

All’ingresso mi colpisce la cura dei dettagli: quelli architettonici, decorativi, funzionali che rendono l’insieme accogliente ed elegante. L’antica masseria di fine ’800 che ospita la cantina è il Casino Nitti-Quarta, affacciato su un giardino di palmenti con a lato la vecchia stalla ristrutturata dove pareti di vetro sono incastonate perfettamente nelle arcate di tufo: è la suggestiva location adibita a show room, wine tasting, punto vendita.

Claudio Quarta ha inaugurato Tenute Eméra (80 ettari, di cui 50 vitati) nel 2005, dopo una carriera come biologo genetista, professione della quale ancora oggi preserva la passione per la ricerca e la sperimentazione. Il nome si ispira alla dea greca Hemera (il giorno), tributo alla cultura della Magna Grecia e al Salento, “il lembo più orientale d’Italia che per primo assiste al sorgere del sole”.

La mission è racchiusa nelle parole che Claudio stesso utilizza: “una illuminata filosofia produttiva, una visione contemporanea con cui ripensare la terra e le sue vocazioni, [per] vivere e custodire le tradizioni millenarie”. A cui si sono aggiunti, come ingredienti di un piatto gourmet, il sapiente uso della tecnologia e dell’innovazione. A portare avanti il progetto, e la visione che lo accompagna, dal 2012 si è affiancata Alessandra, la figlia di Claudio: studi all’estero, laurea in Bocconi e la medesima passione per questa terra e queste vigne, con un’attenzione particolare per la sostenibilità e la solidarietà.

Una culla per 500 vitigni

Tenute Eméra vanta un primato importante: in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano, dal 2009 ospita 500 vitigni minori, una collezione di biodiversità della vite, considerata la più grande al mondo per le varietà del Mediterraneo. Ogni anno un gruppo di giovani ricercatori seleziona ed effettua le microvinificazioni.

Le provenienze sono nell’area del Mediterraneo e delle regioni balcaniche come Slovenia, Montenegro, ma si spingono fino alla Georgia, sul Mar Nero, da cui sono pervenuti alcuni vitigni molto interessanti.

Gli obiettivi sono molteplici.

  1. Aspetto ampelografico: sperimentare l’impianto dei vitigni in terreni diversi dagli originali, come quelli del Sud Italia, per valutarne la risposta in relazione ai vari tipi di suolo (a volte siccitosi o aridi).
  2. Evitare l’estinzione della singola vite, e agire attraverso la propagazione dei germogli direttamente con il portainnesto nella pianta della vite,per facilitarne lo sviluppo.
  3. Identificare tra i vari campioni di vite quelli con il maggior potenziale qualitativo in termini di esito in bottiglia, per procedere poi all’impianto in vite dei meritevoli a allo sviluppo di una produzione.
  4. Promozione e commercializzazione di nuovi vini unici nel loro genere per storia, coltivazione, caratteristiche gusto-olfattive e visive.

Attualmente è in atto la sola fase di sperimentazione, con una produzione minima di pochi litri che vengono ripartiti in parti uguali tra cantina e laboratorio di Milano per analisi e miglioramenti.

I vini, e il cibo

Alessandra decide di degustare con me e Gregory un aperitivo sul prato, al tramonto: fantastico. Raggiungiamo l’area verde che si affaccia sui filari di vite, i colori del tramonto ci travolgono e... voilà, si stappa. Il protagonista dei nostri calici è il “ROSE” - Salento Rosato Negroamaro IGT 2019 - 13%. La scelta di Alessandra mi sorprende, ma mi emoziona, e la approvo senza riserve.

La Puglia è terra d’elezione per i rosati, che stanno finalmente acquisendo autonomia, prestigio e identità, sul mercato e fra gli addetti ai lavori. La tradizione regionale, con i suoli, gli ambienti, le uve pregiate e le lavorazioni dedicate ha ancora molto da raccontarci su questi vini.

Nel caso di questo Negroamaro IGT, dopo un’accurata vendemmia le uve vengono diraspate e pigiate delicatamente, e il mosto rimane tre ore a contatto con le bucce, dalle quali estrae una lieve nuance di rosa. Il pregio che conferisce una maggior complessità al bouquet è nel passaggio dell’affinamento, ben cinque mesi “sur lie”, fecce fini, principalmente lieviti esausti.

Ritrovo immediatamente quella sfumatura di colore, osservando il rosé scendere nel calice: una nuance di rosa delicato, tenue ma con sfumature di buccia di cipolla un po’ più accentuate che lo distinguono dai tipici rosé pugliesi, solitamente caratterizzati da toni più decisi, rosa accesi, e struttura più importante, Questo, invece, è paragonabile a quelli francesi della Provenza, a siglare un lieto matrimonio tra la tradizione della millenaria cultura di Puglia e i segreti della lavorazione d’Oltralpe.

Al naso si percepiscono con delicatezza i sentori fruttati e al palato ho la conferma che si tratta di un rosé elegante, fine, di buona persistenza, dal giusto calore. Fresco e scorrevole, di media struttura e buona armonia, trova il giusto abbinamento con primi piatti di pesce e pomodorini freschi.

In un dialogo amichevole chiacchieriamo con Alessandra, condividendo opinioni e punti di vista, mentre ci intrattiene con interessanti notizie sui vitigni presenti, il cui impianto risale al 2006. Sono coltivati a cordone speronato e il loro aspetto ampelografico è davvero interessante. Qui, infatti, il terreno (di medio impasto) è composto da più elementi, silice, argilla e sabbia, ma lo strato in superficie è interamente ricoperto di ciottoli, pietre e ghiaia e appoggia su una piattaforma calcarea formata da stratificazioni di conchiglie e sedimenti marini. La discreta ritenzione idrica permette quindi alle piante di resistere bene agli stress ambientali.

I rossi

Il legame con il territorio è ampio e forte, primeggia il Primitivo di Manduria. Una nota interessante, nuova per me, è prendere conoscenza che il mar Ionio, non lontano dalla tenuta, ha un’influenza molto positiva sui suoi filari, un beneficio dato dalle frequenti brezze marine grazie a cui l’aria salmastra svolge sull’acino un’azione di pulizia della pruina, quella sostanza bianca che conferisce opacità al grappolo. Una sorpresa inaspettata la ricevo anche dal loro Negroamaro in purezza: equilibrio, giusta tannicità, struttura presente ma non pesante, insomma aspettative superate di gran lunga.

I bianchi

 Nei bianchi autoctoni il Fiano di Puglia IGT spicca, fresco, con buona mineralità, scorrevole, e la graduata acidità trova un ottimo abbinamento con le tipiche “friselle al pomodoro fresco”. Uno tra i vini maggiormente apprezzati di Eméra è l’“Amure” (uvaggio Fiano 75%, con Manzoni Bianco 25%): vino riuscito fine, con profumi fruttati, aggiunta di note agrumate e un finale di frutta esotica, con buona persistenza, che strappa la mia piena approvazione.

Tenute Eméra ha voluto riservare attenzione anche ai vitigni internazionali: Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon e Chardonnay.

L’esperienza di cenare all’aperto nel cortile della masseria e assaggiare tutti i piatti pugliesi con i loro vini è un privilegio squisito, che consiglio senza remore, anche perché condito da un’atmosfera semplice, amichevole, in cui la convivialità regna sovrana tra arredi rustici e lucine sparpagliate.

Il cibo biologico basato sulle verdure dell’orto è arricchito da formaggi locali, e sulla tavola scorrono, per la gioia di occhi e palato, purea di fave, fettine di melanzane grigliate aromatizzate alla menta, parmigiana di melanzane, friselle, orecchiette alle cime di rapa.

Alterniamo i calici, godiamo della serata e un pensiero, che ogni tanto torna a trovarmi, mi sussurra che, oltre a fare un lavoro magnifico, non ho bisogno di molto altro per essere felice.

Al termine, insieme a Gregory lascio la cantina, nel buio stellato, e basta uno sguardo complice per testimoniargli il mio grazie per l’esperienza vissuta.

Buon vino non mente...

Ormai ho appurato una verità che raramente viene smentita: ai luoghi del vino in cui incontro persone solari, aperte, piacevoli e professionali quasi sempre corrispondono produzioni di qualità, progetti con personalità e visioni interessanti. Un binomio vincente, a cui anche Tenute Eméra non fa eccezione. Dalle conversazioni, dagli ambienti, dai vini stessi emergono lo studio che Claudio Quarta ha effettuato in tutti questi anni, la sensibilità che fa dialogare tradizione e ricerca, e la passione con la quale ha trasmesso un patrimonio di valori e conoscenze ad Alessandra.

La cultura del vino, del lavoro e della terra, decisamente, appartengono a Tenute Eméra.

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